Due protagonisti della storia di Licata e della Sicilia del Novecento. Lui poeta, giurista e protagonista della vita economica cittadina; lei insegnante, parlamentare regionale, sindaca e pioniera dell’emancipazione femminile.
Ci sono storie familiari che meritano di essere raccontate non soltanto per custodire la memoria dei propri cari, ma anche perché, attraverso le vicende di alcune persone, aiutano a comprendere la storia di una comunità.
È il caso dei miei nonni materni, Angelo Cristina Curella, nato nel 1899, e Ines Giganti, nata a Licata nel 1914.
La loro vicenda attraversa alcune delle stagioni più importanti e difficili del Novecento siciliano: il fascismo, la guerra, la nascita della democrazia repubblicana, la ricostruzione e il tentativo di dare alla Sicilia strumenti di sviluppo economico, culturale e sociale.
Ma è anche la storia di un amore che, oltre a unire due persone e a dare vita a una famiglia numerosa, si tradusse in un impegno concreto per il territorio.
Angelo Cristina Curella: il poeta e l’uomo delle istituzioni
Il 13 ottobre 2023, nella prestigiosa sede della Biblioteca Lucchesiana di Agrigento, ho avuto il piacere di partecipare a un convegno di studi dedicato a mio nonno, intitolato Angelo Cristina Curella. Poeta siciliano del Novecento.
Il mio intervento fu soprattutto una testimonianza familiare. Ho conosciuto mio nonno soltanto nei primi tre anni della mia vita, ma sono state le parole affettuose e ammirate di mia madre Gabriella a farmelo conoscere meglio.
Angelo Curella fu un uomo dalla personalità complessa, nella quale si intrecciavano interessi letterari, competenze giuridiche, capacità imprenditoriali e attenzione per la vita della propria città.
Dopo aver frequentato ambienti culturali legati a Firenze, si laureò in Giurisprudenza e intraprese la professione forense. La passione per la letteratura, tuttavia, non lo abbandonò mai. Fu anche animatore di riviste letterarie e poeta, interessato ai temi dell’amore, della spiritualità e della condizione umana.
Nel 1920 nacque a Licata l’istituto di credito che sarebbe diventato la Banca Popolare Sant’Angelo, inizialmente denominato Unione Economica Popolare. Angelo ne divenne direttore e contribuì in maniera determinante al suo sviluppo, favorendo un’attività bancaria radicata nel territorio e rivolta alle famiglie, agli artigiani e alle piccole imprese.
In un contesto nel quale l’accesso al credito rappresentava un problema importante per molti operatori economici, un istituto di questo tipo poteva offrire un’alternativa al ricorso all’usura e sostenere le attività produttive locali.
Angelo svolse inoltre le funzioni di vicepretore onorario dal 1926 al 1938, come ricordano le ricostruzioni biografiche dedicate alla sua figura.
Nel 1938 Angelo Curella fu nominato podestà di Licata, dopo aver ricoperto anche l’incarico di commissario prefettizio.
Il podestà era il capo dell’amministrazione comunale nell’ordinamento introdotto dal fascismo, che aveva sostituito gli organi elettivi con un sistema di nomina dall’alto.
È importante ricordare questo dato nel suo contesto storico. Angelo apparteneva alla classe dirigente locale e godeva di prestigio come giurista, intellettuale e uomo impegnato nell’economia cittadina. La sua nomina si colloca nella stagione delle amministrazioni comunali del regime.
Durante il suo mandato promosse anche un’iniziativa destinata a lasciare un segno duraturo nella vita culturale di Licata: l’istituzione, nel 1938, del Liceo Comunale Vincenzo Linares.
Nel 1940 anche l’Italia entra in guerra e Angelo Curella viene richiamato alle armi.
Fu nominato podestà di nuovo nel 1943 ma nel luglio 1943 lo sbarco alleato cambiò radicalmente la situazione politica e amministrativa della città.
Ciò non toglie nulla all’importanza della sua attività precedente, né alla necessità di comprendere la complessità di una figura che operò in stagioni politiche profondamente differenti.
Ines Giganti: il coraggio di una donna libera
Se Angelo rappresentava la figura dell’intellettuale e dell’uomo delle istituzioni, mia nonna Ines fu una donna capace di anticipare i tempi, sfidando convenzioni sociali e pregiudizi.
Nata a Licata il 6 ottobre 1914, proveniva da una famiglia della buona borghesia cittadina. Suo padre, affermato medico, avrebbe voluto che proseguisse la tradizione professionale della famiglia.
Ines scelse invece di seguire la propria vocazione umanistica e si trasferì a Firenze per studiare lettere classiche. Si laureò a soli ventidue anni in filologia classica, con il massimo dei voti.
La sua scelta provocò contrasti familiari, ma dimostrò una determinazione che avrebbe caratterizzato tutta la sua vita.
Tornata a Licata, iniziò a insegnare al Liceo Vincenzo Linares. Fu proprio in quell’ambiente che incontrò Angelo Curella.
Lei aveva circa ventiquattro anni, lui quasi quaranta. Angelo era vedovo della prima moglie, Clotilde Frixa, dalla quale aveva avuto una figlia, Maria Cristina.
Anche la decisione di sposarlo incontrò l’opposizione della famiglia di Ines. Ma ancora una volta prevalse la volontà di una donna che non intendeva affidare ad altri le scelte fondamentali della propria esistenza.
Il loro matrimonio, celebrato nel 1940 secondo le ricostruzioni biografiche, diede origine a una famiglia dalla quale sarebbero nati sette figli.
L’amore e il bene comune
Nel mio intervento alla Biblioteca Lucchesiana avevo scelto di parlare delle «conseguenze dell’amore», prendendo in prestito il titolo di un film di Paolo Sorrentino.
Avevo richiamato anche il passo evangelico: «Dai loro frutti li riconoscerete».
Mi sembrava un modo per raccontare il rapporto tra Angelo e Ines senza fermarmi ai sentimenti e alla dimensione privata.
Condividevano, infatti, la passione per la cultura e la convinzione che le competenze personali dovessero essere messe al servizio della comunità.
Angelo contribuì allo sviluppo dell’istruzione e del credito locale. Ines avrebbe portato questa stessa attenzione nella vita politica e amministrativa, con una sensibilità particolarmente forte verso le persone più fragili.
A volte un rapporto affettivo importante riesce a produrre risultati che vanno ben oltre la vita delle persone coinvolte. La loro storia mi sembra un esempio di questa possibilità.
Ines e la nascita della democrazia siciliana
Dopo la guerra, Ines intraprese l’attività politica nelle file della Democrazia Cristiana, ispirandosi alla tradizione del cattolicesimo sociale e alle idee di don Luigi Sturzo.
Il 20 aprile 1947 venne eletta nella prima Assemblea Regionale Siciliana, diventando una delle donne protagoniste della nuova stagione democratica.
La scheda ufficiale dell’Assemblea Regionale Siciliana ne documenta l’elezione nella prima legislatura, nel collegio unico regionale.
La sua presenza nelle istituzioni aveva un significato particolare in un’epoca in cui le donne erano ancora largamente escluse dai luoghi decisionali della politica.
Ines non si limitò a occupare uno spazio fino ad allora prevalentemente maschile. Si impegnò soprattutto sui problemi sociali e sulle condizioni delle fasce più deboli.
La sua attenzione ai poveri e ai bisognosi le valse un soprannome singolare: «la comunista della DC». Era un modo, evidentemente, per sottolineare una sensibilità sociale che superava le tradizionali contrapposizioni politiche.
Terminata l’esperienza parlamentare, nel maggio 1952 venne eletta al Consiglio comunale di Licata con circa dodicimila preferenze. Il 10 giugno divenne sindaca della città, incarico che mantenne fino al 13 marzo 1953.
Fu la prima donna sindaca della provincia di Agrigento, in un periodo nel quale l’accesso delle donne alle più alte responsabilità amministrative rappresentava ancora un’eccezione.
Una pioniera anche nel mondo bancario
L’impegno di Ines non si esaurì nella politica.
Fu insegnante, dirigente scolastica e assessora provinciale alla Pubblica Istruzione. Nel 1955 assunse la presidenza della Banca Popolare Sant’Angelo, istituto fondato e sviluppato dal marito.
Le ricostruzioni biografiche la ricordano come la prima donna in Italia a presiedere una banca: un primato che testimonia quanto fosse eccezionale, per una donna, raggiungere una posizione di vertice nel sistema finanziario di quegli anni.
Ines seppe imprimere un orientamento attento alla funzione cooperativistica e popolare dell’istituto, accompagnandone la crescita e l’espansione territoriale. La sua presidenza durò fino al 1961.
Tutto questo avveniva mentre continuava a essere madre di sette figli e a mantenere responsabilità familiari e professionali.
Fu insignita dell’onorificenza di Commendatore della Repubblica per i meriti sociali.
La sua storia mostra che l’emancipazione femminile non consiste soltanto nel raggiungimento di posizioni di prestigio, ma anche nella possibilità di esercitare concretamente capacità, autonomia e responsabilità in ogni ambito della vita pubblica.
«Il coraggio si ha o non si ha»
C’è una frase che mia nonna ripeteva spesso e che mi è rimasta impressa: «Il coraggio si ha o non si ha».
Credo che riassuma bene il suo carattere.
Mia madre Gabriella, ricordandola in un’intervista, la definì una delle figure che avevano anticipato il femminismo nella provincia di Agrigento, precisando che per femminismo intendeva l’uguaglianza e il rispetto, non la prevaricazione.
Ricordava anche le difficoltà incontrate da sua madre in un ambiente politico nel quale alcuni uomini le intimavano di tornarsene a casa a fare la calzetta.
Ines reagiva riaffermando la propria convinzione che la lotta per il bene comune dovesse venire prima di ogni altra cosa.
Queste parole, riportate dalla stampa e conservate nella memoria familiare, restituiscono il senso di una battaglia che non riguardava soltanto la carriera di una donna, ma il riconoscimento della piena dignità femminile nella società.
Una storia familiare che parla anche al presente
Ripensando ai miei nonni, mi colpisce il rapporto tra cultura e responsabilità pubblica.
Angelo, con la sua formazione giuridica e letteraria, e Ines, con la sua cultura classica e la sua esperienza politica, appartenevano a una generazione che cercò di affrontare le difficoltà del territorio attraverso l’istruzione, l’economia e l’impegno sociale.
Le loro biografie sono diverse e appartengono a contesti storici che vanno compresi nelle loro specificità. Ma entrambe ci ricordano quanto sia importante che le competenze individuali non si esauriscano nel successo personale.
È una riflessione che sento vicina anche alla mia professione di avvocato e al mio impegno per la tutela dei diritti, del patrimonio storico-artistico e del paesaggio.
La funzione sociale delle professioni intellettuali consiste, a mio avviso, anche nella capacità di riconoscere che la propria attività può contribuire al miglioramento della vita collettiva.
Non si tratta di ripetere le esperienze del passato, ma di raccoglierne le domande e trasformarle in responsabilità attuali.
La storia di Angelo e Ines mi ha insegnato che l’amore per una persona, per una famiglia e per la propria terra può diventare una forza capace di produrre risultati duraturi, quando si accompagna alla cultura, al coraggio e alla dedizione.
«Io e Te»: la poesia di Angelo
Vorrei concludere questo ricordo con la poesia che lessi al termine del mio intervento alla Biblioteca Lucchesiana.
È tratta dalla raccolta Ricchezza, pubblicata nel 1931 dalla casa editrice Quaderni di Poesia di Emo Cavalleri, a Milano-Como.
Si intitola Io e Te.
Io e Te
Io e Te siamo l’ardentissimo amore
di che vibrano le costellazioni;
la gioia siamo, la luce, il tepore
che distingue le diverse stagioni.
Io e Te formiamo ogni giorno il passato
da cui promana l’eterea bellezza,
a cui ritorna il segno consacrato
di questa nostra caduca ricchezza.
Siamo l’acqua montana che, più presso
a l’azzurro, gli fa specchio profondo:
ivi si fissa il nostro sguardo stesso,
e riflesso vi mira l’ampio viso
d’un’altra terra e d’un diverso mondo
che ci pare somigli al paradiso.
Non so se, componendo questi versi, mio nonno immaginasse il percorso che avrebbe condiviso con Ines. Ma, rileggendoli oggi, mi piace pensare che vi sia racchiusa una visione dell’amore capace di andare oltre il tempo e la fragilità della vita individuale.
La poesia parla di due persone che, insieme, riconoscono qualcosa di più grande di loro: un mondo diverso, una bellezza che nasce dalla relazione e si proietta oltre il presente.
Forse è questo il lascito più importante dei miei nonni.
L’amore, quando incontra la cultura, il coraggio e il senso del bene comune, può lasciare frutti che continuano a vivere anche dopo di noi.
Giuseppe Taibi
Studio Legale Taibi – Agrigento
