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Ci sono idee che hanno bisogno di tempo per diventare realtà.

La storia di Agrigento Capitale italiana della Cultura è, per me, una di queste.

Nel 2015, alla guida della Delegazione FAI di Agrigento, proposi al Comune la candidatura della città a Capitale italiana della Cultura.

Era un’idea che nasceva dalla convinzione che Agrigento dovesse provare a raccontarsi in modo diverso: non soltanto come la città della Valle dei Templi e di un patrimonio archeologico straordinario, ma come una comunità capace di costruire, attraverso la cultura, una prospettiva per il proprio futuro.

La proposta della Delegazione FAI aprì così un percorso che sarebbe durato otto anni e che avrebbe attraversato tre candidature, prima di arrivare alla vittoria del 2023 e all’anno di Agrigento Capitale italiana della Cultura nel 2025.

2015: la prima candidatura

Nel 2015 Agrigento si candidò per la prima volta a Capitale italiana della Cultura.

Fu un passaggio importante non soltanto per la candidatura in sé, ma perché introduceva una domanda nuova: poteva il patrimonio culturale di Agrigento diventare il punto di partenza di un progetto per il futuro della città?

La candidatura non ebbe successo.

Ma l’idea non scomparve.

Al contrario, continuò a maturare attraverso il lavoro di tante persone e istituzioni e attraverso una diversa consapevolezza del valore del patrimonio storico, archeologico, paesaggistico e culturale della città.

Negli anni successivi alcuni risultati contribuirono a rafforzare questa prospettiva.

Nel 2017 Agrigento ottenne il Premio Nazionale del Paesaggio con il progetto “Agri Gentium – Landscape Regeneration”, realizzato attraverso la collaborazione tra il Parco della Valle dei Templi, il FAI con il Giardino della Kolymbethra, l’Università di Palermo e altri soggetti del territorio.

Nello stesso percorso si collocava anche l’esperienza di “Liberare la bellezza”, legata alla Scala dei Turchi e al tema della tutela del paesaggio e della legalità.

Erano esperienze diverse, ma avevano un elemento comune: l’idea che il patrimonio non dovesse essere considerato soltanto come qualcosa da conservare, ma come una risorsa capace di generare cultura, partecipazione e futuro.

2018: una seconda candidatura

Nel 2018 Agrigento tornò a candidarsi.

Nel frattempo ero diventato presidente regionale del FAI Sicilia e continuavo a seguire direttamente il percorso della città.

Anche questa seconda candidatura non arrivò al risultato sperato, anche se Agrigento venne selezionata tra le prime dieci.

Ma il progetto si era nel frattempo ampliato.

Nel 2019 entrai nell’Ufficio di Presidenza del Comitato Agrigento 2020, continuando a sostenere il percorso avviato alcuni anni prima.

E proprio in quegli anni maturò un’altra idea alla quale sono particolarmente legato: quella di un Museo della Città, capace di raccontare attraverso strumenti contemporanei i 2600 anni di storia di Agrigento.

Il progetto, promosso dal FAI e sviluppato successivamente con il coinvolgimento di altri soggetti, avrebbe trovato la sua realizzazione nel complesso dei Filippini con Metaphorà, inaugurato nel 2025 nell’ambito di Agrigento Capitale italiana della Cultura.

Anche questo, a distanza di anni, mi sembra significativo.

Un’idea nata durante quel percorso non rimase legata a una candidatura, ma contribuì a diventare un progetto concreto per la città.

2023: la terza candidatura e la vittoria

Nel 2023 arrivò la terza candidatura.

Questa volta Agrigento riuscì a vincere.

Il 31 marzo 2023 la città fu proclamata Capitale italiana della Cultura 2025.

Ricordo quel momento come la conclusione di una storia iniziata otto anni prima.

Otto anni, tre candidature, molte persone coinvolte, istituzioni diverse, volontari, associazioni, professionisti e cittadini.

Anche il FAI nazionale accompagnò il percorso, con il sostegno del presidente Marco Magnifico e la partecipazione alle audizioni romane.

Non fu, dunque, la vittoria di una persona.

Fu la vittoria di un progetto che, candidatura dopo candidatura, era riuscito a diventare sempre più patrimonio della città.

Eppure, il giorno dopo la proclamazione, un articolo pubblicato da la Repubblica Palermo offrì un riconoscimento particolare al ruolo che avevo avuto in questa vicenda.

Il 1° aprile 2023 Isabella Di Bartolo firmò un articolo dal titolo:

“Il riscatto di Agrigento da città dell’abusivismo a Capitale della cultura”.

Il senso dell’articolo era quello di raccontare una trasformazione simbolica: Agrigento, per decenni associata anche alla stagione del sacco edilizio e dell’abusivismo, poteva ora presentarsi al Paese attraverso la cultura, la bellezza del paesaggio e il proprio patrimonio storico.

Nel testo la giornalista mi definì “deus ex machina” della vittoria di Agrigento a Capitale della cultura 2025, ricordando il ruolo avuto nella promozione della candidatura e la convinzione con cui avevo sostenuto il progetto anche quando non mancavano scetticismi e perplessità.

È una definizione che appartiene naturalmente alla giornalista e che non voglio fare mia.

La vittoria non fu opera di un singolo.

Ma quelle parole rappresentano una testimonianza giornalistica contemporanea di un ruolo che avevo effettivamente svolto nel lungo percorso della candidatura.

E per me hanno un significato particolare proprio perché arrivarono al termine di una storia cominciata otto anni prima.

Nella stessa intervista ricordavo infatti che “fummo bocciati ma non ci arrendemmo e ci riprovammo nel 2018”.

In quella frase c’è forse più della vicenda personale: c’è il senso della continuità.

Da un’idea a un progetto della città

Quando un’idea viene condivisa, non appartiene più soltanto a chi l’ha avuta.

Credo che questo sia uno degli insegnamenti più importanti di questa storia.

Nel 2015 quella possibilità fu proposta dalla Delegazione FAI al Comune.

Da allora il progetto è passato attraverso tre candidature, ha incontrato momenti di entusiasmo e momenti di difficoltà, ha coinvolto persone e istituzioni diverse e si è progressivamente trasformato.

La Kolymbethra, la Valle dei Templi, la Scala dei Turchi, il Premio Nazionale del Paesaggio, i luoghi del cuore, il Museo della Città, le tante iniziative culturali e civiche sviluppate negli anni: sono tutti elementi di una storia più grande della singola candidatura.

La cultura, in questo senso, non è soltanto programmazione di eventi.

È un modo di guardare alla città.

È la capacità di riconoscere ciò che una comunità possiede, di proteggerlo, di raccontarlo e di trasformarlo in una possibilità per il futuro.

La cultura come responsabilità civile

Per me questa vicenda ha anche un significato più personale e professionale.

Ho sempre pensato che l’avvocatura non possa esaurire la propria funzione nel rapporto tra professionista e cliente.

L’avvocatura ha anche una funzione sociale.

Significa occuparsi dei diritti, naturalmente, ma anche dei beni comuni, dell’ambiente, del paesaggio, del patrimonio storico e artistico, delle persone e delle realtà che rischiano di non avere voce.

È anche per questo che, negli anni, ho dedicato una parte importante del mio impegno al FAI e alla tutela del patrimonio della nostra terra.

L’esperienza di Agrigento Capitale italiana della Cultura appartiene a questo stesso modo di intendere l’impegno civile.

Non come ricerca di un riconoscimento personale, ma come tentativo di mettere a disposizione della propria comunità competenze, relazioni, tempo e idee.

Dieci anni, tre candidature

Se guardo oggi a questa storia, posso riassumerla in poche date:

2015 – la prima proposta e la prima candidatura;

2017 – il Premio Nazionale del Paesaggio e il consolidamento di una diversa idea del rapporto tra Agrigento e il proprio patrimonio;

2018 – la seconda candidatura;

2019 – l’ingresso nell’Ufficio di Presidenza del Comitato Agrigento 2020;

2023 – la terza candidatura e la proclamazione di Agrigento Capitale italiana della Cultura 2025;

2025 – l’anno in cui quella candidatura è diventata esperienza concreta della città.

Dieci anni separano l’inizio di questa storia dalla sua realizzazione.

Dieci anni durante i quali un’idea è stata riproposta, modificata, ampliata, condivisa.

Forse è proprio questa la parte della vicenda che considero più importante.

Un’idea può essere sconfitta una prima volta e una seconda volta.

Può incontrare scetticismo.

Può sembrare troppo ambiziosa.

Ma se continua a essere sostenuta, discussa e trasformata in un progetto condiviso, può tornare a camminare.

E quando finalmente diventa realtà, non è più soltanto l’idea di chi l’aveva immaginata.

È diventata patrimonio della comunità.

Per questo considero Agrigento Capitale italiana della Cultura 2025 non come il punto di arrivo di una mia iniziativa, ma come il risultato di dieci anni di lavoro della città, nei quali ho avuto la fortuna e la responsabilità di dare il mio contributo.

La vera sfida, adesso, è un’altra.

Che cosa saprà fare Agrigento di questa esperienza?

Un titolo dura un anno.

Una visione di città può durare molto più a lungo.



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