Dalla mobilitazione dei cittadini alla demolizione di due ecomostri, dalla realizzazione del Belvedere al Premio Nazionale del Paesaggio, fino al riconoscimento del New York Times. Una storia di impegno civile, legalità e tutela dei beni comuni.
Ci sono luoghi che appartengono alla nostra memoria personale e che, a un certo punto della vita, diventano una responsabilità collettiva.
Per me la Scala dei Turchi, straordinaria falesia di marna bianca affacciata sul mare di Realmonte, è uno di questi luoghi. Una meraviglia naturale che ho visto trasformarsi negli anni in una delle immagini più conosciute della Sicilia, ma che per lungo tempo è stata deturpata da costruzioni incongrue, abbandono e abusivismo edilizio.
La battaglia per la sua tutela, alla quale ho dedicato una parte importante del mio impegno civile e della mia esperienza nel FAI, comincia nel 2008. È una storia che merita di essere raccontata perché dimostra come la difesa del paesaggio possa tradursi in risultati concreti quando la partecipazione dei cittadini incontra la determinazione della società civile e la collaborazione delle istituzioni.
Il risultato non è stato soltanto la demolizione di due ecomostri. È stata la restituzione di un luogo alla collettività, la realizzazione di un Belvedere e, infine, il riconoscimento nazionale di un’esperienza nella quale legalità e tutela del paesaggio hanno camminato insieme.
2008: una mobilitazione per salvare la Scala dei Turchi
All’inizio degli anni Novanta, sulla spiaggia ai piedi della Scala dei Turchi era stata avviata la costruzione di un complesso alberghiero. Il blocco dei lavori, seguito dall’apposizione del vincolo paesaggistico, non aveva cancellato il problema: era rimasto uno scheletro di cemento armato che deturpava uno dei paesaggi più suggestivi della costa agrigentina.
La vicenda giudiziaria si sarebbe protratta per circa vent’anni.
Nel 2008, nell’ambito del censimento nazionale I Luoghi del Cuore, promosso dal FAI in collaborazione con Intesa Sanpaolo, la Delegazione FAI di Agrigento avviò una mobilitazione per la Scala dei Turchi.
Ricordo la raccolta delle firme, il coinvolgimento dei cittadini e la volontà di trasformare una diffusa indignazione in un percorso concreto di tutela.
C’era una particolarità in quella mobilitazione: la Scala veniva indicata come Luogo del Cuore proprio perché si chiedeva di eliminare ciò che ne comprometteva la bellezza. Non si trattava soltanto di proteggere un paesaggio, ma di liberarlo da una presenza incompatibile con il suo valore.
Quella iniziativa contribuì a rafforzare l’attenzione pubblica sulla vicenda e a costruire le condizioni per un intervento che, fino a quel momento, sembrava difficile da realizzare.
Il FAI si impegnò nella battaglia per la demolizione, affiancando Legambiente e il Comune di Realmonte nei procedimenti giudiziari. La questione non riguardava più soltanto un manufatto abusivo: era in gioco il principio secondo cui il paesaggio è un bene comune e la sua tutela costituisce una responsabilità collettiva.
2013: la demolizione del primo ecomostro
Nel 2013, dopo una lunga e complessa vicenda giudiziaria, arrivò finalmente la demolizione del grande scheletro di cemento sulla spiaggia.
Il FAI, attraverso il programma I Luoghi del Cuore e con il sostegno di Intesa Sanpaolo, aveva messo a disposizione 20.000 euro per contribuire alla demolizione e al ripristino dell’area. Il proprietario decise infine di procedere autonomamente all’abbattimento.
Era un risultato importante: dopo anni di contenziosi, una ferita del paesaggio veniva finalmente rimossa.
Ma la vicenda non era conclusa.
Le risorse messe a disposizione dal FAI rischiavano di non essere più utilizzate per il progetto originario. Si lavorò quindi affinché rimanessero sul territorio e potessero contribuire a risolvere un’altra situazione di degrado che deturpava la Scala dei Turchi.
Quella scelta aprì una nuova prospettiva: non limitarsi a eliminare un elemento incongruo, ma recuperare un’area e restituire al pubblico uno spazio dal quale ammirare il paesaggio.
2015: la demolizione del secondo ecomostro
Sulla sommità della Scala, lungo il costone stradale, si trovava un altro manufatto abusivo, in stato di abbandono e degrado, con materiali pericolosi, tra cui eternit e amianto.
La sua demolizione avrebbe permesso di recuperare un affaccio straordinario sul mare e di trasformare un’area compromessa in uno spazio pubblico.
Il 19 ottobre 2015 iniziarono i lavori, sostenuti dal FAI e da Intesa Sanpaolo nell’ambito de I Luoghi del Cuore, con il coinvolgimento del Comune di Realmonte e di diversi soggetti istituzionali.
Ricordo quel periodo come una stagione di intenso lavoro quotidiano. Spesso, prima di recarmi in Tribunale, passavo dal cantiere per seguire l’avanzamento degli interventi sulla base del progetto predisposto dagli architetti del FAI.
Non era un impegno soltanto simbolico o rappresentativo. Significava seguire concretamente il progetto, mantenere i contatti tra i soggetti coinvolti e contribuire a superare le difficoltà che inevitabilmente accompagnano un intervento di questa natura.
La demolizione si concluse nel novembre 2015. Ancora una volta, il paesaggio veniva liberato da una presenza incompatibile con il valore del luogo.
2016: nasce il Belvedere della Scala dei Turchi
Il risultato più significativo della seconda demolizione fu la realizzazione del Belvedere della Scala dei Turchi, inaugurato nel 2016 e affidato al Comune di Realmonte.
L’idea era semplice, ma importante: creare uno spazio pubblico dal quale ammirare la falesia e il mare, senza dover necessariamente salire sulla marna bianca e calpestarla.
Il Belvedere rappresentava così qualcosa di più di un’opera di riqualificazione. Era il passaggio dalla rimozione del degrado alla costruzione di una nuova possibilità di fruizione del paesaggio.
La Scala dei Turchi poteva essere contemplata, fotografata e vissuta da un punto di osservazione privilegiato, rispettandone maggiormente la fragilità e favorendone la conservazione per le generazioni future.
Ricordo soprattutto il lavoro di squadra che rese possibile questo risultato: il Comune di Realmonte, il FAI, Intesa Sanpaolo, la Prefettura, le forze dell’ordine, le altre istituzioni, le associazioni e i cittadini. La collaborazione tra soggetti diversi, ciascuno con le proprie competenze e responsabilità, fu una delle condizioni essenziali per arrivare al traguardo.
Il Belvedere diede un significato nuovo alla battaglia iniziata anni prima. Non si era soltanto rimosso ciò che deturpava il paesaggio: si era creato qualcosa di utile per tutti.
2017: «Liberare la bellezza» e il Premio Nazionale del Paesaggio
Alla fine del 2016, su proposta dell’amica Valeria Scavone, docente di architettura all’Università di Palermo, decidemmo di raccontare questa esperienza attraverso la candidatura al Premio Nazionale del Paesaggio.
Nacque così il progetto Liberare la bellezza: un processo virtuoso per il paesaggio della Scala dei Turchi, promosso dal Comune di Realmonte con il coinvolgimento del FAI, della Delegazione di Agrigento e dell’Università.
Gli studenti universitari contribuirono con entusiasmo alla preparazione del dossier e del video che illustrava il percorso realizzato.
Nel 2017, nell’ambito del Premio Nazionale del Paesaggio, il progetto fu selezionato tra i primi cinque dei 97 presentati e ricevette la menzione «Legalità e paesaggio, lotta all’abusivismo attraverso la valorizzazione delle qualità territoriali».
Per me fu un momento di grande soddisfazione. Ricordo la cerimonia di premiazione a Roma insieme al sindaco di Realmonte Calogero Zicari e al prefetto di Agrigento Nicola Diomede.
Quel riconoscimento aveva un significato che andava oltre la Scala dei Turchi. Un territorio spesso associato, nell’immaginario collettivo, all’abusivismo edilizio dimostrava di poter diventare un esempio virtuoso di recupero del paesaggio, affermazione della legalità e collaborazione tra istituzioni e società civile.
Il progetto Liberare la bellezza raccontava proprio questo: la possibilità di trasformare una lunga battaglia per la tutela del territorio in un’esperienza positiva, capace di indicare una strada anche ad altre comunità.
2022: il New York Times racconta l’impegno per la Scala dei Turchi
Nel gennaio 2022, la Scala dei Turchi tornò al centro dell’attenzione pubblica per un episodio doloroso. Nella notte tra il 7 e l’8 gennaio, alcune persone imbrattarono la candida falesia con polvere di ossido di ferro, provocando indignazione in Sicilia e in tutto il Paese.
La vicenda richiamò ancora una volta l’attenzione sulla fragilità di questo patrimonio naturale e sulla necessità di proteggerlo.
In quell’occasione fui contattato dalla corrispondente dall’Italia del New York Times, Elisabetta Povoledo, che mi intervistò per ricostruire l’accaduto e ricordare il percorso di tutela sviluppato negli anni precedenti.
L’intervista offrì l’occasione per raccontare anche il ruolo del FAI, che si era battuto per la demolizione delle due costruzioni abusive e aveva contribuito alla realizzazione del Belvedere. Il quotidiano americano diede così visibilità internazionale a una vicenda che, partendo da una mobilitazione locale, aveva prodotto risultati concreti nella difesa del paesaggio.
Per me quell’intervista ebbe un significato particolare. Non era soltanto l’attenzione di un grande giornale internazionale verso un atto vandalico: era anche l’occasione per raccontare una storia lunga, fatta di perseveranza, impegno civile e lavoro condiviso.
La Scala dei Turchi era ormai diventata un simbolo riconosciuto ben oltre i confini della Sicilia. Proprio per questo, la sua tutela non poteva essere considerata una questione soltanto locale: riguardava un patrimonio paesaggistico che appartiene idealmente a tutti e che tutti abbiamo la responsabilità di proteggere. Era diventata un patrimonio dell’Umanità ” de facto”.
2025: Il nuovo racconto digitale “la Scala dei Turchi come paesaggio complesso”
Un’ulteriore tappa di questo percorso è arrivata con Ecoculture della Scala dei Turchi, un progetto di ricerca e divulgazione digitale sviluppato nell’ambito di SPONDE, l’iniziativa inserita nel programma di Agrigento Capitale Italiana della Cultura 2025.
Ideato dalla professoressa Teresa Fiore, della Montclair State University, insieme al professor Vetri Nathan, dell’Università della California a Los Angeles, il progetto ha dato vita a una mappa narrativa digitale sulla piattaforma ArcGIS StoryMaps.
La sua ambizione è raccontare la Scala dei Turchi andando oltre l’immagine, ormai celebre in tutto il mondo, della candida falesia affacciata sul mare. Il luogo viene esplorato nella sua complessità: la geologia della marna, la biodiversità costiera, la vita marina, la storia del territorio, le arti visive, il cinema, la letteratura e le pratiche culturali delle comunità locali.
Ho avuto il piacere di partecipare anch’io alla presentazione del progetto, portando la testimonianza del percorso compiuto dal FAI a partire dal 2008. Ho raccontato la mobilitazione dei cittadini, l’impegno per la demolizione dei due ecomostri, la realizzazione del Belvedere e il riconoscimento ottenuto con il progetto Liberare la bellezza.
Mi ha fatto particolarmente piacere vedere quella storia inserita in un progetto culturale e scientifico più ampio, sostenuto anche da fondi ministeriali e sviluppato nella cornice di Agrigento Capitale della Cultura 2025.
La vicenda del FAI, nata dalla necessità concreta di rimuovere le ferite dell’abusivismo edilizio, entra così in un racconto che mette in relazione tutela del paesaggio, conoscenza scientifica e responsabilità collettiva. La Scala dei Turchi non è soltanto un monumento naturale da ammirare o una destinazione turistica: è un ecosistema fragile, un paesaggio stratificato e un patrimonio di storie che merita di essere conosciuto e protetto.
È forse questo uno degli sviluppi più interessanti dell’esperienza iniziata nel 2008: dalla liberazione del paesaggio alla sua conoscenza più profonda, perché non si può tutelare davvero ciò che non si conosce nella sua complessità.
Il progetto Ecoculture della Scala dei Turchi dimostra che il lavoro di tutela può continuare nel tempo, diventando patrimonio culturale condiviso e occasione di nuove relazioni tra università, istituzioni e comunità locali.
Per approfondire, invito a visitare la mappa digitale Ecocultures of the Scala dei Turchi su ArcGIS https://storymaps.arcgis.com/stories/659a395c91c547f7949ba2b9a9a1deb5 ,che raccoglie contributi e testimonianze dedicati a questo straordinario territorio.
Una lezione che va oltre la Scala dei Turchi
Ripensando oggi a quegli anni, considero la vicenda della Scala dei Turchi una delle esperienze più significative del mio impegno per la tutela del patrimonio ambientale e paesaggistico.
La sua lezione è attuale.
La difesa del paesaggio richiede strumenti giuridici efficaci, capacità di costruire alleanze, partecipazione dei cittadini e continuità nell’azione. Le sentenze sono fondamentali, ma non sempre bastano: occorre trovare le risorse, coordinare gli interventi, superare gli ostacoli amministrativi e trasformare un risultato giudiziario in un beneficio concreto per la collettività.
È anche una lezione sul ruolo dell’avvocatura. La professione forense non si esaurisce nella difesa degli interessi individuali: può contribuire alla tutela dei diritti collettivi, alla difesa dei beni comuni e all’affermazione di una cultura della legalità che riguarda il territorio e le generazioni future.
La storia della Scala dei Turchi mi ha insegnato soprattutto che la bellezza non si difende soltanto denunciando ciò che la distrugge. Si difende costruendo alternative, restituendo valore ai luoghi e dimostrando che un paesaggio tutelato può essere un patrimonio condiviso, accessibile e capace di generare nuove opportunità per una comunità.
Liberare la bellezza ha significato proprio questo: rimuovere due ecomostri, restituire uno spazio alla collettività e trasformare una lunga battaglia per la legalità in un’esperienza riconosciuta a livello nazionale e raccontata anche dalla stampa internazionale.
Un risultato che non appartiene a una sola persona, ma a tutti coloro che hanno creduto che, anche in un territorio difficile, fosse possibile difendere la bellezza e affermare il primato del bene comune.
Giuseppe Taibi
Agrigento Ottobre 2026
Foto di copertina di Carmelo Capraro; con me nella foto alla Scala dei Turchi la giornalista Daniela Spalanca
