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Ci sono esperienze che finiscono quando termina un evento. E ce ne sono altre che, al contrario, continuano a lavorare dentro di noi.

Il mio incontro con Sisters Hope appartiene a questa seconda categoria.

Tutto è cominciato ad Agrigento, nell’anno di Agrigento Capitale Italiana della Cultura 2025, quando la nostra città e il territorio circostante sono diventati per alcune settimane luogo di incontro tra giovani, artisti e ricercatori provenienti da diversi Paesi.

Ad Aragona, negli spazi di Palazzo Naselli, ho partecipato alla Sisters Academy, il progetto ideato da Gry Worre Hallberg e da Sisters Hope: un’esperienza difficile da definire secondo le categorie tradizionali, perché metteva insieme arte, educazione, ricerca, natura e relazione.

Non si trattava semplicemente di assistere a uno spettacolo o di partecipare a un convegno.

Si trattava, piuttosto, di abitare un’esperienza.

La parola che più mi è rimasta è proprio Inhabitation: abitare un luogo, entrarvi con tutti i sensi, ascoltarlo, lasciarsi modificare da esso e, nello stesso tempo, contribuire a trasformarlo.

Un’esperienza internazionale nata in Sicilia

Ho avuto modo di far visitare a Gry Worre Hallberg e gli altri protagonisti di Sisters Hope la città di Agrigento.

Ho successivamente accompagnato le Sisters Hope anche al Libero Consorzio Comunale di Agrigento, dove siamo stati ricevuti dal presidente Giuseppe Pendolino che ha consegnato loro un apprezzato riconoscimento.

E’ stato un momento importante perché ha reso evidente che quella esperienza artistica non era rimasta confinata allo spazio della performance.

Aveva cominciato a creare relazioni.

E forse è proprio questa una delle eredità più interessanti di Agrigento Capitale della Cultura: la possibilità di mettere in contatto persone e mondi diversi, facendo diventare il nostro territorio non soltanto un luogo da visitare, ma un luogo nel quale accadono delle cose.

Il riconoscimento attribuito a Sisters Hope dal Libero Consorzio e poi dal Comune di Agrigento ha rappresentato , in questo senso, un ulteriore segno di attenzione verso un’esperienza che aveva portato nella nostra provincia una dimensione internazionale.

Il viaggio a Copenaghen

Poi è arrivato il viaggio in Danimarca.

A Copenaghen con Luigi Mula ho ritrovato Gry e gli amici di Sisters Hope in un contesto completamente diverso da quello siciliano.

È stato emozionante constatare che l’esperienza di Aragona non era stata dimenticata.

Al contrario, continuava a far parte della loro ricerca.

E poco dopo Gry Worre Hallberg ha ricevuto dall’Università di Lund il titolo di Dottore honoris causa in Filosofia.

Quel riconoscimento mi ha fatto riflettere sul significato più profondo di ciò che avevamo vissuto ad Agrigento.

Una ricerca nata nel Nord Europa era arrivata in Sicilia.

Aveva incontrato Aragona, Agrigento, i suoi giovani e il suo paesaggio.

E dalla Sicilia era ripartita per continuare il proprio cammino europeo.

Abitare il mondo

Forse è questo il punto che più mi interessa.

Da molti anni, attraverso la mia professione di avvocato e attraverso il mio impegno nel FAI, mi occupo, in forme diverse, di tutela del patrimonio, del paesaggio e dell’ambiente.

Ho imparato che difendere un luogo non significa soltanto conservarlo.

Significa anche riconoscergli un futuro.

La cultura può avere un ruolo decisivo proprio perché ci insegna a guardare i luoghi in modo diverso.

La Valle dei Templi, la Kolymbethra, il paesaggio agrigentino, l’Eremo di santaRosalia, il mare ,la Scala dei Turchi, gli ulivi, le nostre città storiche: non sono soltanto beni da proteggere attraverso le norme.

Sono luoghi da vivere, conoscere e trasmettere.

È qui che l’esperienza di Sisters Hope ha incontrato, per me, il senso più profondo della mia attività.

Il diritto tutela.

La cultura interroga.

L’arte mette in discussione.

E tutte e tre possono contribuire a costruire una diversa consapevolezza del nostro rapporto con il mondo.

Un filo che resta

Quando penso oggi a quel percorso, vedo un filo che unisce Aragona, Agrigento, Copenaghen e Lund.

Non è soltanto un filo geografico.

È un filo fatto di persone, di incontri e di idee.

È la dimostrazione che una città come Agrigento può entrare in una rete europea non soltanto attraverso i grandi eventi, ma attraverso rapporti umani destinati a durare oltre l’evento stesso.

Per questo considero l’esperienza con Sisters Hope una delle esperienze più significative legate ad Agrigento Capitale della Cultura 2025.

Perché mi ha ricordato che la cultura non è soltanto ciò che accade nei musei, nei teatri o nei luoghi istituzionali.

È anche ciò che accade quando persone provenienti da mondi diversi si incontrano e cominciano a guardare insieme lo stesso luogo.

E forse Inhabitation significa proprio questo:

non semplicemente abitare un luogo,

ma sentirsi responsabili del mondo che abitiamo.

Da Agrigento a Copenaghen, quel filo continua.

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