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Il mio rapporto con l’avvocatura e con le sue forme di rappresentanza associativa ha radici lontane. È una storia che comincia prima ancora che diventassi avvocato e che, nel corso degli anni, ha accompagnato il mio percorso professionale, intrecciandosi con una più ampia idea del ruolo che la professione forense è chiamata a svolgere nella società.

Le origini di un impegno

Una prima occasione di incontro con il mondo dell’avvocatura risale al 1981, quando, ancora adolescente, accompagnai mio padre, l’avvocato Michelangelo Taibi, a Napoli, in occasione di un importante congresso dell’AIGA, l’Associazione Italiana Giovani Avvocati, dedicato al tema «Avvocatura e potere».

Mio padre era interessato a quel confronto non soltanto come avvocato, ma anche nella sua veste di Presidente della Provincia di Agrigento, incarico che aveva assunto proprio in quell’anno. Il rapporto tra avvocatura, potere, istituzioni e società rappresentava un tema di particolare interesse anche per chi, come lui, era impegnato nella vita pubblica.

Per me fu un’esperienza formativa: ebbi modo di avvicinarmi, da giovane, a una riflessione sul ruolo dell’avvocato che avrebbe accompagnato, negli anni successivi, la mia stessa scelta professionale.

Dopo aver intrapreso la professione forense, il mio impegno associativo prese avvio ad Agrigento, attraverso la partecipazione all’associazione dei praticanti avvocati presso il Tribunale. Successivamente entrai nell’AIGA, nella quale ho ricoperto la carica di presidente della Sezione di Agrigento e svolto diversi incarichi a livello nazionale, come consigliere nazionale e componente degli organismi direttivi.

Sono stati anni di intensa partecipazione alla vita dell’associazione, nei quali ho avuto modo di confrontarmi con colleghe e colleghi di diverse generazioni e provenienze, contribuendo alle iniziative dedicate alla formazione, all’organizzazione degli studi professionali e alle prospettive della professione forense.

La mia presidenza della Sezione AIGA di Agrigento si concluse nel 2008. Una data che ricordo anche attraverso un’iniziativa particolarmente significativa: il 20 settembre di quell’anno intervenni al convegno «L’arbitrato e la conciliazione stragiudiziale», organizzato a conclusione del mio mandato e dedicato alla memoria del giudice Rosario Livatino. Un’occasione che riuniva due temi ai quali attribuivo particolare importanza: la ricerca di strumenti efficaci per la soluzione delle controversie e il valore della memoria di un magistrato che continua a rappresentare un riferimento per la cultura della legalità.

In questo percorso si colloca anche il mio impegno nella Fondazione AIGA “Tommaso Bucciarelli”, della quale sono stato componente del Consiglio di amministrazione e del Comitato esecutivo, oltre che segretario del Coordinamento dedicato alla dimensione strategico-organizzativa degli studi legali. Un’esperienza che mi ha consentito di approfondire i cambiamenti che investivano la professione, in una fase nella quale l’avvocatura era chiamata a misurarsi con nuove esigenze organizzative, tecnologiche e culturali.

Un’altra dimensione importante del mio percorso è stata quella internazionale. Dal 1997 sono stato membro dell’AIJA, l’Associazione Internazionale dei Giovani Avvocati, partecipando in particolare alle commissioni Banking and Finance ed European Law.

Nel 1998 ho inoltre ottenuto una borsa di studio della Commissione europea nell’ambito del Programma Grotius, che mi ha consentito di partecipare a un’esperienza di formazione a Bruxelles con studi alla Libera Università di Bruxelles (UELBE) e pratica presso lo studio legale “Pappalardo e Associati”, fondato dal Prof. Avv. Aurelio Pappalardo. 

Era un periodo nel quale il tema dello spazio giuridico europeo e dell’armonizzazione degli ordinamenti nazionali assumeva un’importanza crescente. A questa riflessione ho avuto modo di contribuire anche attraverso la partecipazione a iniziative e congressi nazionali, tra cui il confronto sullo «Spazio giuridico europeo» svoltosi a Venezia nel 2003.

Nel 2007 intervenni sul tema delle prospettive della professione forense, con un contributo pubblicato su Diritto.it, nel quale affrontavo le trasformazioni e le questioni che si ponevano all’avvocatura. Era una riflessione maturata anche attraverso l’esperienza associativa nazionale e la consapevolezza che il futuro della professione non potesse essere affidato soltanto alla dimensione individuale del lavoro, ma richiedesse capacità di elaborazione, confronto e rappresentanza.

L’esperienza nell’OUA e il dialogo tra avvocatura e magistratura

Tra il 2008 e il 2010 ho fatto parte dell’Organismo Unitario dell’Avvocatura Italiana (OUA), organismo di rappresentanza politica dell’avvocatura. In quel biennio l’OUA era presieduto da Maurizio de Tilla, figura che avrebbe successivamente fondato l’ANAI, l’Associazione Nazionale Avvocati Italiani, nella quale oggi prosegue il mio impegno associativo.

Durante quella esperienza ebbi modo di contribuire anche alla promozione di iniziative di confronto tra il mondo della magistratura e quello dell’avvocatura.

Ricordo in particolare il Convegno in memoria del giudice Rosario Livatino, organizzato ad Agrigento nel 2009, con il coinvolgimento dei vertici della magistratura – il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) e l’Associazione Nazionale Magistrati (ANM) – e dell’avvocatura, attraverso il Consiglio Nazionale Forense (CNF) e l’Organismo Unitario dell’Avvocatura (OUA).

Il convegno, dal titolo «Processo civile veloce, processo civile giusto. La riforma dei tempi della giustizia civile», affrontava una questione che conserva ancora oggi tutta la sua attualità: la necessità di conciliare la ragionevole durata dei processi con l’effettività delle garanzie e la qualità della tutela giurisdizionale.

Ebbi il compito di svolgere l’intervento introduttivo. Ricordo questa iniziativa come un momento particolarmente significativo del mio impegno associativo, sia per il valore del dialogo istituzionale che seppe promuovere nella città di Agrigento, sia per il legame con la memoria di Rosario Livatino, figura che continua a rappresentare un riferimento essenziale per la cultura della legalità e della giustizia.

L’impegno nell’ANAI

Il mio percorso associativo prosegue dal 2014 nell’ANAI – Associazione Nazionale Avvocati Italiani, della quale sono presidente della Sezione di Agrigento. Nel corso di questi anni ho svolto anche il ruolo di responsabile regionale e oggi faccio parte del direttivo nazionale.

È un impegno che si colloca in continuità con le esperienze precedenti, ma che si confronta con una professione profondamente cambiata. L’avvocatura è chiamata oggi ad affrontare trasformazioni organizzative e tecnologiche, nuove complessità normative e sociali, e una crescente domanda di tutela dei diritti.

Avviandomi a concludere questo mio impegno associativo, intrecciatosi negli anni con quello FAI, credo che, proprio in questa fase, sia importante recuperare e valorizzare il senso più profondo dell’associazionismo forense: non soltanto rappresentare gli interessi della categoria, ma contribuire alla qualità della giustizia, alla difesa dell’indipendenza dell’avvocato, alla formazione delle nuove generazioni e alla salvaguardia della funzione costituzionale della professione.

La funzione sociale dell’avvocatura

Guardando a questo percorso, che attraversa ormai diversi decenni, ritrovo un filo conduttore: la convinzione che l’avvocatura non sia soltanto un’attività professionale, ma anche una funzione sociale.

L’avvocato non è chiamato soltanto a tutelare gli interessi del proprio assistito. È parte di un sistema di garanzie che rende effettivi i diritti, contribuisce all’equilibrio tra i poteri e consente ai cittadini di trovare ascolto e protezione di fronte alle istituzioni.

Per questo ho sempre considerato l’impegno associativo una componente importante della professione. Un luogo nel quale le esperienze individuali possono diventare elaborazione collettiva, nel quale il confronto può contribuire a migliorare le istituzioni e nel quale l’avvocatura può interrogarsi sulle proprie responsabilità nei confronti della società.

È una concezione che, nel tempo, si è intrecciata anche con il mio impegno civile per la tutela dell’ambiente, del paesaggio e del patrimonio storico e culturale. Ambiti diversi, ma accomunati dalla convinzione che i diritti e i beni comuni abbiano bisogno di persone disposte a farsene carico, con competenza, passione e senso di responsabilità.

In fondo, il significato più autentico di questo lungo percorso è proprio qui: considerare la professione non soltanto come un lavoro, ma come una responsabilità verso gli altri e verso la comunità nella quale viviamo.

Giuseppe Taibi

Studio Legale Taibi 

Novembre 2026

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