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Ci sono luoghi che, nella vita, finiscono per diventare qualcosa di più di un luogo.

La Kolymbethra è per me uno di questi.

Dopo quindici anni di impegno nel FAI, prima come volontario, poi come Capo Delegazione per la Provincia di agrigento e, infine, come Presidente Regionale del FAI Sicilia, la recente apertura al pubblico delle Case Montana rappresenta, per me, una sorta di conclusione naturale di un lungo viaggio.

Un viaggio iniziato con la convinzione che la tutela del patrimonio non significhi semplicemente conservare delle pietre, dei monumenti o dei paesaggi, ma prendersi cura della storia e della memoria di una comunità.

Quando ero Presidente regionale del FAI Sicilia mi occupai, insieme alla Fondazione, del percorso che portò all’acquisizione delle Case Montana. Era un luogo allora molto diverso da quello che possiamo vedere oggi: un’antica costruzione rurale, ormai ridotta a rudere, affacciata sulla Kolymbethra e sulla Valle dei Templi.

Il FAI acquisì Case Montana alla fine del 2018, con l’obiettivo di ricomporre un patrimonio che per secoli era stato un tutt’uno: la casa dei contadini e il giardino che essi coltivavano.

Oggi, dopo il lungo e complesso intervento di recupero, quelle case sono tornate a vivere.

Il restauro ha conservato, per quanto possibile, la materia e l’anima del luogo: i pavimenti in maiolica, gli intonaci, gli infissi, le coperture e gli altri elementi dell’antica architettura rurale. Ma soprattutto ha restituito alla Kolymbethra un pezzo della sua storia.

Ed è forse questo l’aspetto che più mi emoziona.

Perché la Kolymbethra non è soltanto un giardino straordinario nel cuore della Valle dei Templi. È il risultato di secoli di lavoro dell’uomo: agricoltura, acqua, terra, alberi, pietra, fatica quotidiana.

Le Case Montana raccontano proprio questo mondo.

Raccontano le persone che hanno abitato questi luoghi e che, coltivandoli, hanno contribuito a costruire quel paesaggio che oggi consideriamo una delle grandi ricchezze di Agrigento.

Il FAI gestisce la Kolymbethra dal 1999 e in questi anni ha compiuto un’opera straordinaria di recupero dall’abbandono, restituendo alla collettività un paesaggio agricolo storico e una straordinaria biodiversità mediterranea.

Per questo vedere oggi Case Montana aperte al pubblico ha per me un significato particolare.

È come assistere, a distanza di anni, al compimento di un’idea nella quale avevo creduto.

Non considero però questa esperienza un patrimonio personale. Al contrario: la considero una piccola parte di una storia collettiva alla quale hanno contribuito tante persone, volontari, professionisti, istituzioni, donatori e soprattutto il FAI.

Quindici anni di FAI mi hanno insegnato che la tutela del patrimonio è innanzitutto una forma di responsabilità.

Responsabilità verso ciò che abbiamo ricevuto e che non ci appartiene davvero, perché appartiene anche a chi verrà dopo di noi.

È una responsabilità che, in forme diverse, sento profondamente vicina anche al mio lavoro di avvocato.

L’avvocatura, infatti, non è soltanto esercizio di una professione: può essere anche impegno civile, attenzione ai diritti, difesa di ciò che è fragile e, più in generale, cura dell’interesse della comunità.

Forse è per questo che la mia esperienza nel FAI e la mia professione non sono mai state, per me, due strade completamente separate.

Oggi, davanti alle Case Montana finalmente recuperate e aperte alla comunità, sento soprattutto gratitudine.

Gratitudine per gli amici del FAI con cui ho condiviso tanti anni, per le persone che hanno creduto nella Kolymbethra, per chi ha lavorato al suo recupero e per chi continuerà a prendersene cura.

E sento anche che una storia può finire senza davvero finire.

Il mio impegno diretto nel FAI si conclude dopo quindici anni.

Ma il legame con questi luoghi, con Agrigento e con l’idea che la bellezza possa essere custodita e restituita a tutti, quello rimane.

Perché il volontariato, quando è autentico, non si esaurisce nel tempo che gli abbiamo dedicato. Lascia una traccia, consegna un compito, affida ad altri la responsabilità di continuare.

Ed è questa la responsabilità più alta verso il patrimonio: riceverlo con gratitudine, proteggerlo con cura e restituirlo, intatto nel suo significato, a chi ancora non è arrivato.

Giuseppe Taibi

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